Perchè la via del vino...

 

 

 

Avete mai fatto caso all’immediato interesse che suscita l’argomento vino?  Prendi una sera a cena fra amici.  Uno del gruppo si è portato un’outsider: è una tipa un po’ eccentrica, all’inizio non ispira più di tanto.  Lui, nell’enfasi della cotta di turno, ne decanta le doti.  Laurea a Yale.  (Sbadiglio del gruppo.)  Sei lingue scritte e parlate.  (Fastidio generale.  Le altre ragazze passano al catalogo cellulite: non è poi così magra come sembra.)  Ha il diploma di sommelier.

Alt.  Ecco che la “nuova” si umanizza, bersagliata dalle domande di tutti, neanche fosse un eroe di guerra, un astronauta, un esploratore polare.  Com’è stato passeggiare sulla luna, Mr. Armstrong?  Ma il vino migliore d’Italia, qual è?  È vero che il rosso previene l’infarto?  Raccontaci questo Barolo: come fai a sentirci il catrame?! 

La cellulitica poliglotta non è antipatica, in fondo.  Pendiamo dalle sue labbra, lei ci narra le spezie, la noce moscata, i frutti rossi, l’iris e le viole; ovvero il pane tostato, la mela verde, il miele…  Un universo di sensazioni, associazioni, ricordi e nostalgie si raccoglie tutto in questo calice di cristallo che rotea solenne, quasi sacrale.  Siamo catturati nella sua orbita di aromi e armonie.

Dicono che il vino sia un’arte.  Se arte è fare di materia poesia, lo è.  C’è chi sostiene ch’è complementare alla musica: coinvolge ogni nostro senso tranne l’udito.  Come la musica, è universale, viscerale; ed il suo fascino immediato poggia su quanto di più etereo possa esservi – l’aria vibrante di una nota o di un profumo – eppure lo sostiene una tecnica ferrea, dal rigore matematico.

A differenza di tanta arte, tuttavia, il vino ha profonde radici nella terra e nella gente.  Radici vere, di linfa e di sudore; radici che s’intrecciano con la nostra storia.  La vite, come l’uomo, è legata al suolo natio eppure può venirne divelta, subire un esilio più o meno felice, prendere strade nuove, nuove terre nuovi continenti.  Un esempio fra molti: l’uva rossa più diffusa d’Italia, il Sangiovese, è di casa soprattutto in Toscana.  Il Nuovo Mondo, però, l’ha accolta da tempo: in California, la troviamo già nel tardo Ottocento.  Oggi, mammola, ciliegie, spezie della sua antica patria rivivono dalla Napa Valley all’Australia o all’Argentina, prendendone rispettivamente gli accenti, i colori, lo stile – né più né meno dell’italo-americano in cui si perpetua (e si trasforma) un retaggio lontano, investito di nuove energie, di fertili diversità.

Ripercorrere la via del vino è spesso riscoprire le proprie origini, “risciacquare i panni in Arno”, o comunque alla fonte di una grande civiltà.  (Non a caso, cultura e coltura derivano entrambe dal termine latino che indica la “coltivazione”.)  Perché la Via del Vino, dunque?  Perché ci permette di esplorare questo nostro paese d’origine che gli antichi chiamavano Enotria – Terra del Vino, appunto; una terra di cui i vigneti costituiscono le arterie vitali e millenarie, filare dopo filare, storia dopo storia, generazione su generazione. 

Vogliamo raccontarvi qualcuna di queste storie.  Vorremmo farvele assaporare, più che ascoltare.  Vorremmo farvele amare come le amiamo noi.  Passeggeremo assieme nel vigneto Italia: geografia e tradizioni, leggende ed IGT, annali ed emozioni.

Il gusto italiano per la vita è un gusto che si condivide.  Come il buon vino.  Come il pranzo della domenica.  Come una cena fra amici.  Benvenuti, dunque: nella Via del Vino, nessuno è straniero.

 

                                                                                                                               Lucia Piccardi

 
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